Julio Ricardo Fernandez in dialogo con Galápago di Ivan Benito nell’ambito del progetto Contact Zones_performing arts in urban spaces

Caro lettore, ti scrivo da Largo Spartaco. Prima di ogni paragrafo, schiaccia play e chiudi qualche secondo gli occhi. Ascolta la mia voce; il mio pensiero viene da Cuba e, nella mia testa, suona così. Poi, leggi i paragrafi tradotti in italiano; l’articolo è stato scritto dopo aver visto Galápago e aver intervistato in spagnolo il danzatore Ivan Benito.

foto Umberto Tati

Si sente il rumore dei ragazzini che giocano…pattini, bici, madri che provano a dire ai figli di rallentare ché c’è gente e il piazzale di fronte all’edificio è affollato.

Alcuni dicono che è da tempo che non si vedeva il cortile così vivo, mentre si lasciano rapire dal video mapping sulla parete di casa propria. Si passa alla presentazione della performance successiva, gli adulti fanno silenzio e provano, senza successo, a calmare l’entusiasmo dei figli; è normale, l’energia di chi è giovane non si ferma, si trasforma.

All’improvviso un’ombra bianca si riversa a terra. Il danzatore non lo sa, però la sua entrata è riuscita dove non sono riusciti i padri e le madri; trattenere i pattini, le biciclette e gli schiamazzi.

foto Chiara Cocchi

Si, Ivan Benito e la sua coreografia Galápago sono riusciti per circa venti minuti a controllare l’energia che traboccava, a dar pace ai più stressati, a catturare la vista dei più lontani riuscendo a portare i presenti in uno spazio dove prendeva forma l’evoluzione della specie. Il suo entusiasmo di essere a Roma per la prima volta trasforma quel momento in energia. Prendo posto, pronto a osservare, mi unisco al silenzio e aspetto la fine della performance per interrompere il riposo di Ivan con qualche domanda. «Lo spettacolo ha una struttura, però sempre si adatta al luogo dove presento l’opera, al pubblico. L’evoluzione dello spettacolo e il suo sviluppo sono parte di me in quanto essere umano, è la lotta della specie per la sopravvivenza» spiega Ivan. Un’opera dove l’acrobazia e la naturalezza si fondono con il tempo e lo spazio, per dar forma a uno spettacolo dove la capacità di adattarsi di un essere umano per sopravvivere è la risposta al futuro. Voglio giocare a vivere, lottare, evolvere.

foto Umberto Tati

«Dal momento nel quale nasciamo stiamo già lottano per la sopravvivenza. La mia idea è dar forma al fatto che continuiamo a lottare per tutta la vita». Commenta Ivan puntando gli occhi in basso, dove sul cemento è rimasto, in polvere, tutto il suo trucco, quella terra che all’inizio dello spettacolo lo rendeva un’ombra bianca, la rappresentazione del mantello di un corpo anteriore, quello che perdiamo e lasciamo dietro di noi per trasformarci in qualcosa di nuovo, in qualcosa che di sicuro continuerà a lottare per evolversi ancora. Sembra assurdo, però ogni giorno appaiono nuovi ostacoli da superare, in gran parte confini, creati da noi stessi. Che fare con queste frontiere, con questi limiti politici, sociali, psicologici…distruggerli tutti? Qual è il nostro ruolo, di noi uomini che superiamo frontiere? Abbiamo bisogno di luoghi nei quali le frontiere non esistano, almeno per un giorno. Come adesso, qui, dove il futuro di un quartiere sembra entrare in contatto con il mondo.

Julio Ricardo Fernandez

GALÁPAGO
ideazione e regia Vanesa Pérez
coreografia e interpretazione Iván Benito
selezione della rete di festival “ Acieloabierto” (Spagna) per il Circuito 2019
nell’ ambito del progetto Europeo “CONTACT ZONES_performing arts in urban spaces”

foto Umberto Tati

TESTO DELL’ARTICOLO IN LINGUA ORIGINALE

Se siente el ruido de los niños mientras juegan..patines, bicicletas, algunos padres que dicen a sus hijos de reducir la velocidad porque son muchas personas en el parque de frente el edificio. Comentan que hacia mucho tiempo que no veian el patio tan animado, mientras miran con atencion el VIDEO MAPPING sobre la pared de sus propias casas.

Se presenta del prossimo preformance, los adultos hacen silencio y prueban, pero no logran calmar y silenziar a sus hijos, es normal; la energia dentro de los puequeños no se “acaba”, se trasforma.

Una sombra blanca repentinamente va cuerpo a tierra. El bailarin no lo sabe, pero la entrada a logrado lo que lo que los padres no pudieron, detener los patines, las bicicletas y discusiones.

Si, Ivan Benito y su coreografia GALAPAGOS logro por cerca de 20 minutos a conducir la energia mas abundante de todas, a silenziar a los mas estresados, a captar la vista de los mas lejanos logrando agrupar a los presentes en un espacio donde se desarrollaria la evolucion de las especies.

Su entusiamo por estar en Roma la primera vez convierte el momento en un enfoque de energia. Me acomodo listo para observar, me uno al silencio y espero al final para interrumpir el descanzo de Ivan con preguntas…

«El espectaculo tiene una estructura, pero siempre se adapta al lugar donde presento la obra, al publico. La evolucion del espectaculo y el desarrollo son parte de mi como ser humano , es la lucha de las especies por supervivencia» explica Ivan.

Una obra donde la acobracia y la naturalezza se unen en tiempo y espacio para dar forma a un espectaculo, donde la capacidad de un ser humano de adaptarse para sobrevivir es la respuesta al futuro. Quiero jugar a vivir, luchar , evolucionar.

«Desde el momento en que nacemos estamos luchando por la supervivencia …mi idea es plasmar que seguimos en la lucha toda la vida» Comenta Ivan mirando el suelo donde se encuentra todo su maquillaje, una representacion de la capa de un cuerpo anterior, aquello que perdemos y dejamos atras  para convertirnos en algo nuevo…algo que sin dudas continua luchando para evolucionar.

Parece irreal ,pero cada dia aparecen nuesvos obstaculos que superar, la gran mayoria fronteras, creadas por el ser humano”. Que hacer con estas fronteras con estos limites politicos, sociales, psicologicos….derrumbarlas todas ?

Cuale es nuestro trabajo como personas que “rompen fronteras”? Necesitamos lugares donde no existan fronteras. Por al menos un dia.  Como aqui, hoy, donde el futuro de un barrio parece ponerse en contacto con el mundo.

Julio Ricardo Fernandez

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