Mahamadou Kara Traore, tra Roberto Latini, Pirandello e la voce che muore

foto Chiara Cocchi

Secondo giorno di festival. Tra lo spettacolo di Kolektiv Lapso Cirk a Largo Spartaco e I giganti della montagna di Roberto Latini a Garage Zero ci fermiamo attorno un tavolo a cenare con la redazione. Mahamadou Kara Traore parla con Ludovica Labanchi, di parole, e di lingue, e mentre finiamo di mangiare lo sentiamo pronunciare questa frase: «ogni giorno, una parola della mia lingua muore». Kara viene dal Mali, parla bambara. Ma parla francese. Tutti iniziamo a discutere e dopo una lunga conversazione, che conserverò preziosamente, scendiamo la rampa di Garage Zero. Lì, Roberto Latini ci aspetta con quelle parole strappate a un testo mai finito (qui il racconto su Teatro e Critica). Come si fa a far ascoltare Roberto Latini a chi non capisce perfettamente la lingua? Ho un po’ di paura, come spesso accade, quando mi siedo a vedere uno spettacolo con un gruppo di spettatori migranti. Spero sempre che oltre il linguaggio, l’estetica, la ricerca, il teatro riesca in qualche maniera a risuonare con ciò che siamo. Poi, i giganti della montagna. Ogni tanto sbircio i ragazzi della redazione; so che non tutti stanno capendo le parole, ma sono lì fissi a guardare quell’uomo che in penombra esplode e sibila nei condensatori dei microfoni. Mi chiedo quale possa essere per noi la chiave per entrare in questa versione radio edit, me lo chiedo fino alla fine, fino a quando Roberto Latini viene tra il pubblico e in scena resta, imponente e sola come un dolmen, la voce. – Ma tu, non hai paura? – In scena solo quelle cinque parole, prima del buio e degli applausi, siamo tutti lì a guardarle, anche Latini. Ripenso alle parole della lingua di Kara. All’uscita decido di chiedergli di dialogare con cinque frasi dello spettacolo, di parlare con Pirandello della voce che ha sentito a teatro e soprattutto della propria. Tre giorni dopo mi arriva un vocale di Kara, che recita più o meno così. (Luca Lotano)

Ascoltare, se volete ascoltare

L’attore parlava stranamente. Questo ho pensato mentre guardavo lo spettacolo e non riuscivo a capire tutto. A parte l’inizio quando diceva: io ho paura. Io ho paura. Io ho paura. È l’uomo sulla montagna. La solitudine. A un certo punto sentivo qualcosa dentro di me, non so se fosse la paura. Mi ha fatto pensare, siamo soltanto soli.

Le parole mi diventano crudeli.

foto Carolina Farina
foto Carolina Farina

La sua voce. La maggior parte delle persone sono le lingue che parlano. Allo steso tempo dico, certe persone non hanno avuto la possibilità di conoscere letteralmente la propria lingua madre, in profondità. Se non sai la tua lingua, la tua madre lingua, se uno non conosce bene la sua lingua madre, letteralmente, perde anche la sua cultura.

Che vuol dire che non siamo noi, sei sicuro che i nostri corpi respirino ancora?

Io ho paura perché non so esattamente chi sono, io ho paura, perché mi vedo in una via di mezzo, ho paura perché ora come ora parlo in italiano, e scrivo questo in italiano. Ma lo so perfettamente che non sono italiano. Italiano si nasce, non si diventa.

Se ci lasciamo prendere – come hanno fatto – è la pazzia.

A me fa molto emozionare quando vedo un ragazzino, un bambino dell’asilo, parlare in italiano. Mi fa molto emozionare. Parla in un modo corretto, perché quella che parla a casa e a scuola è la stessa lingua e la studia, la scrive, la sente e ovunque quel bambino può impararla. Allo stesso tempo mi fa ricordare quando avevo sette anni e guardando la tv sentivo parlare pochissimo nella mia lingua, a scuola parlavamo un’altra lingua, alla radio l’altra lingua, tutto quanto, sui documenti. E non mi sono mai chiesto perché. E nessuno mi ha detto perché è così. Mano a mano crescendo ho capito perché è così. Però alle volte bisogna prendere il mondo come è. E ogni giorno che passa una parola della mia lingua muore.

Ma tu, non hai paura?

Io ho paura. Ma ringrazio tutti, Attraversamenti Multipli, i miei colleghi, li ringrazio tutti. Perché qui, tante persone, possono dire quello che pensano in altri modi.
Mahamadou Kara Traore

Quando il vocale finisce mi sembra di aver ascoltato, nella parole di Kara, anche Sujata Bhatt, poetessa indiana, nativa del Gujarar, che nelle poesie di In cerca della lingua fa diventare la lingua materia che vive e che muore, membrana sottile tra corpo e scrittura.

Mi chiedi che cosa intendo dire
Quando affermo che ho perso la mia lingua.
Ti chiedo, che cosa faresti
Se avessi due lingue in bocca
E perdessi la prima, la lingua madre,
E non riuscissi a sapere davvero la seconda,
Quella straniera.
Non potresti usarle insieme
Anche se quando pensi finisce che fai così.
Se poi ti capitasse di stare in un paese
Dove si parla un’altra lingua ancora,
La tua lingua madre marcirebbe,
Marcirebbe e ti morirebbe in bocca.
Sujata Bhatt

Leave a Reply