Esplorazioni urbane in spazi di lotta e cultura, da Attraversamenti Multipli a Lucha y Siesta

A dieci minuti a piedi da Largo Spartaco, in un’oasi ferma nel tempo, sorge la casa per le donne di Lucha y Siesta. Luogo, oggi più che mai, di lotta, di cultura e di accoglienza. Dopo l’esplorazione urbana nella palestra popolare del Quadraro e il CSOA Spartaco, ci affacciamo stavolta su Lucha y Siesta, prima di tornare a Garage Zero per gli spettacoli dell’ultimo fine settimana romano di Attraversamenti Multipli. Superato così il cancello di via Lucio Sestio 10 – da qui il gioco di parole del nome –  a due passi dalla fermata della metro, ci addentriamo nel giardino e lì, in quell’angolo di tregua dal cemento, ci accolgono sulle panchine, sotto un albero, Cristiana e Roberta.

Cristiana: La casa delle donne Lucha y Siesta è attiva dall’8 marzo del 2008. Era la vecchia sottostazione del tram, prima della costruzione della metro A. Una volta chiusa, è rimasta abbandonata per 10 anni. Dentro questo stabile, occupato da quel giorno del 2008, ha preso vita un’esperienza particolare: un mix di attività volte a contrastare la violenza maschile sulle donne. Un mix perché ha una parte dedicata all’accoglienza: qui vivono attualmente quindici donne e sette bambini, e in questi anni centinaia di donne hanno trovato dove vivere in un momento delicato di bisogno. Accanto a questa parte dell’accoglienza esiste però anche tutto un altro pezzo di attività che è quella culturale e sociale: consulenza psicologica, teatro, sartoria (aperta al territorio e momento di formazione per le donne della casa), biblioteca, ludoteca per i bambini, una sala polifunzionale che accoglie il cineforum, corsi di yoga e coro, presentazioni di libri, e poi festival, incontri ecc.. È un’esperienza che unisce la questione dell’accoglienza alla questione culturale, perché noi crediamo che la questione della violenza sulle donne vada affrontata sotto vari punti di vista: da una parte l’accoglienza per le donne che stanno facendo un percorso di fuoriuscita dalla violenza, dall’altra costruendo le condizioni per le quali questi posti non esistano più, così come non esistano più le condizioni culturali dentro le quali vive la violenza.

Luca: Da cosa dipende il momento delicato che sta vivendo oggi Lucha y Siesta?

da Facebook Lucha y Siesta

Cristiana: La vecchia sottostazione del tram è di proprietà di ATAC, azienda dei trasporti del Comune di Roma, che versa in condizioni economiche drammatiche. Il comune, per salvare l’azienda, ha realizzato un piano di concordato, una serie di misure che servono a evitare il fallimento definitivo, tra cui la vendita degli immobili. Le sorti di ATAC, ovviamente, non sono legate a questo immobile, ma pare che questa macchina non si possa fermare; cioè nessuno della politica è mai riuscito a dire che qui dentro c’è un servizio altrettanto fondamentale per la città e che quindi questo stabile non può essere in vendita. Le liquidatrici, che sono quelle che sono subentrate nella gestione del patrimonio ad ATAC, vogliono vendere questo stabile all’asta, e per vendere devono sgomberare, staccare le utenze e chiudere la partita. Questo è il motivo per cui in questo momento noi stiamo in questa fase molto complicata di agitazione e lotta. Abbiamo chiesto risposte alla politica, ma la politica si finge morta.

Allora ci è venuta in mente un’idea folle: voi non vi fermate davanti a niente, quindi noi questo stabile – che vale 2,5 milioni di euro – ce lo compriamo.

Abbiamo lanciato la campagna “Lucha alla città”, che è una campagna ardita perché punta ad andare all’asta e dire “questo stabile rimane pubblico” nel senso ampio del termine, nel senso che la cosa migliore sarebbe che il pubblico vero decidesse di estrapolarlo dalla vendita e riacquisirlo al suo patrimonio e renderlo patrimonio pubblico. Noi vogliamo dire che se il pubblico formale non riesce a comprendere questa cosa, vogliamo costruire noi un’esperienza nuova. Ovviamente è un’operazione enorme per la quale non basta l’azionariato della città, ma noi ci stiamo rivolgendo anche ad altri soggetti più grandi, ai movimenti femministi di cui questo spazio è artefice, attore e protagonista, come l’esperienza Non una di meno. Noi crediamo che questo patrimonio sia fondamentale e non si possa perdere, non perché è nostro, ma perché è di tutta la città.

foto Eleonora Scoti Pecora_laboratorio di sconfinamenti fotografici a cura di Carolina Farina nell’ambito del progetto Europeo “Contact Zones_performing arts in urban spaces“

Luca: Le donne che abitano questa casa come interagiscono con le attività culturali del posto?

Loro se le vivono, nella misura in cui si trovano qui. Ed è anche questo il valore, perché io dal momento in cui sto costruendo la mia vita, un conto è che sto in una casetta sperduta da sola, un conto è che vivo dentro una realtà attiva dove ho anche la possibilità di incontrare persone, di costruire un discorso intorno a quello che mi è successo. Qui non esiste la solitudine.

Luca: Il progetto per una donna che entra nella casa ha una durata, oppure dipende di caso in caso?

Roberta: Costruiamo il progetto e il percorso che interessa alla loro fuoriuscita dalla violenza insieme alle donne che entrano qui. È centrato sul concetto di ricostruire un’autonomia personale, riscoprendo le proprie risorse personali; molte donne arrivano qui che sono praticamente quasi annullate, quindi si ricomincia da zero. Una particolarità di questa struttura è che non abbiamo definito un tempo di permanenza. Ogni donna ha il suo tempo necessario per poter affrontare un percorso così complesso, partendo dai bisogni primari, come un lavoro ed una casa.

foto Eleonora Scoti Pecora_laboratorio di sconfinamenti fotografici a cura di Carolina Farina nell’ambito del progetto Europeo “Contact Zones_performing arts in urban spaces“

Cristiana: Questa è la grande differenza con i percorsi istituzionali, nei quali c’è un tempo stabilito per legge. Per esempio, tu hai sei mesi, se dopo sei mesi hai trovato casa e lavoro bene, se no devi uscire, perché è un percorso standardizzato. Un’altra grande cosa che è importante sottolineare è che questo posto sta a via Lucio Sestio, accanto alla Metro A, quindi per chi arriva qui da sola con un bambino vuol dire avere la possibilità di muoversi, che non è banale. Quindi noi rivendichiamo anche questa posizione, perché non possiamo prendere delle donne in difficoltà e sbatterle in un posto qualsiasi della città, le dobbiamo costruire una possibilità di ricostruire la loro vita, e in una città drammatica, in cui si vive malissimo, come Roma, stare in un posto centrale fa la differenza.

Luca: Parlando delle possibilità istituzionali, ho letto in un articolo che la città di Roma dovrebbe prevedere un tot di numero di posti di accoglienza per donne?

Roberta: Secondo la convenzione di Istanbul, la città di Roma dovrebbe avere trecento posti letto, in base alla dimensione della città e del numero di abitanti. I posti istituzionali sono circa ventiquattro e solo noi ne abbiamo quattordici.

Luca: Su trecento previsti?

Roberta: Sì. Posti su cui, in questi quasi dodici anni, tutte le istituzioni hanno fatto affidamento, perché le donne non arrivano solo grazie al passaparola, arrivano anche dalle istituzioni: polizia, assistenti sociali o il Comune stesso.

Cristiana: Da una parte le istituzioni si fingono morte quando si tratta di risolvere il problema, ma quando si tratta di risolvere i problemi loro, ti telefonano.

foto Sara Cervelli

Julio: Quando vi è stato comunicato che dovevate lasciare il posto?

Cristiana: Ad agosto, ma in realtà è arrivata una lettera che diceva che ATAC non avrebbe più pagato delle utenze.

Jack: Quindi anche in una modalità passiva?

Cristiana: Questa è anche la cifra della discussione, perché ormai la politica ti parla attraverso l’avvocato di ATAC. Non c’è più un’interlocuzione con una persona con cui fai un ragionamento.

Julio: Avete un aiuto da parte delle persone che abitano la città?

Cristiana: Sì. A fronte del silenzio totale delle istituzioni, quello che non ci è mai mancato in questi mesi  è stata la solidarietà. È stato straordinario. Persone che si sono messe a disposizione ce ne sono tante. Abbiamo lanciato un’assemblea culturale permanente. Questo dimostra che questa esperienza ha fatto qualcosa in questi dieci anni. A fronte del silenzio istituzionale, c’è una risposta di solidarietà gigante.

Ludovica: Anche il quartiere interagisce con la casa?

Cristiana: Io direi la città, perché è una realtà che ha un po’ tracimato il quartiere. Con il quartiere ci sono ottimi rapporti, i genitori delle scuole del quartiere vengono qua, organizzano feste ecc. Perché, in questa città deserto, non appena si crea un’oasi, ci vanno tutti. Ormai ha assunto una dimensione cittadina.

foto Eleonora Scoti Pecora_laboratorio di sconfinamenti fotografici a cura di Carolina Farina nell’ambito del progetto Europeo “Contact Zones_performing arts in urban spaces“

Luca: Siete in collegamento con altre realtà del genere, ad esempio fuori dall’Italia?

Roberta: Sì, per esempio siamo gemellate con la “Casa Mirabal” di San Cristóbal de Las Casas, in Messico, una casa delle donne che ha un progetto abbastanza simile. Anche se trattano altri contesti, molto diversi, perché loro lavorano con le donne uscite dal carcere.

Leave a Reply