L’8 e il 9 agosto Ondadurto Teatro ha portato in scena, nell’ambito di inEURoff / Performing Arts Festival, la sua nuova produzione dal titolo Meraviglia! Lo spettacolo è un inno alla magnificenza della natura orchestrato grazie alla fusione di diversi linguaggi e forme espressive. A fare da sfondo la scalinata monumentale del Museo della Civiltà Romana che con la sua imponenza non manca di rammentarci la piccolezza dell’uomo e, al contempo, la tensione prometeica che lo consuma e che lo spinge a saccheggiare il pianeta alterandone gli equilibri.Mentre vengono proiettate immagini inequivocabili di disastri ambientali una voce ci ricorda che l’uomo «rade al suolo le foreste, prosciuga i fiumi, estingue la flora e la fauna selvatica, altera il clima e abbruttisce la terra». Un cambio scena ci conduce tra le rovine e gli scarti della nostra civiltà, creando un immaginario distopico. La protagonista emerge beckettianamente (cogliendoci di sorpresa) da un sacco nero, circondata da spazzatura, bottiglie di plastica, cianfrusaglie di ogni genere e vecchie ferraglie; la sua è una solitudine post-apocalittica e stravagante, emblema di un’umanità allo sbaraglio, ma non del tutto arresa, che cerca la salvezza sintonizzandosi sulle frequenze del sogno. Vediamo la giovane rovistare tra i rifiuti, sulle celebri e nazional-popolari note di La bambola, il cui testo può in effetti farci riflettere sulle perverse e compulsive logiche del consumo che colpiscono ogni aspetto delle nostre vite, reificando le relazioni stesse e immettendoci in un processo senza fine, in cui l’appagamento è destinato alla caducità e alla provvisorietà poiché rinviato sempre alla fruizione della merce successiva. La giovane donna è alla ricerca di qualcosa di consumabile sulle rive simboliche di un pianeta alla deriva, ma non le resta che assaporare il gusto amaro della disfatta.A trasmutare magicamente in ammaliante luccichio l’oscurità opprimente dello scenario catastrofico in cui siamo inizialmente immersi (che ci viene restituito senza però rinunciare a un piglio favolistico e ironico) e a riaccendere la speranza, seppur nel solo volgere di un battito di ciglia, interviene un fiabesco titano del tempo, una sorta di Kronos dall’aspetto futuristico, che invita la nostra eroina ad entrare in un turbinio onirico. Grazie a un gioco di pannelli mobili e roteanti, che destrutturano la dimensione spazio-temporale creando suggestioni labirintiche, la protagonista si avventura nelle regioni idilliache dell’origine, lì dove la natura regna sovrana e incontaminata. Accompagnata da creature straordinarie e maestose, astratte personificazioni di divinità ancestrali, si inoltrerà alla volta di un viaggio immaginifico nel ciclico alternarsi delle stagioni: vedrà così dispiegarsi la potenza di Madre Natura, rappresentata come un’entità spirituale dispensatrice di bellezza. Cullati da Le quattro stagioni nella riscrittura di Max Richter, e rapiti dalla bravura degli attori-performer, nonché dall’impatto spettacolare dei costumi e della scenografia (che si avvale di illusionistici marchingegni meccanici), siamo trasportati in un vortice danzante e gioioso e pervasi dal cinguettio soave degli uccelli, dallo scroscio del mare, dalla feconda vitalità della pioggia e del sole, dal soffio primordiale di questa Pachamama che è prodigiosa molteplicità. Non mancano i momenti di inquietudine in cui la giostra iridescente dell’eterno ritorno delle stagioni sembra rischiare di pervertirsi in una folle e scellerata corsa verso il disastro globale. Alla fine della sua avventura la protagonista si innalza verso il cielo, cercando forse di afferrare un frammento di infinito e ghermire i segreti dell’universo, per poter placare l’umana angoscia verso l’ineffabile e l’incommensurabile; e ci viene da chiederci se da qualche parte lassù nel cosmo possa esistere per il genere umano una nuova casa, un nuovo inizio. Ma la sola certezza che abbiamo è di essere gli ingrati abitanti di un meraviglioso pianeta, la Terra; e, forse, siamo ancora in tempo per risvegliare le nostre coscienze addormentate e disinnescare il conto alla rovescia di una profezia che noi stessi abbiamo provveduto a determinare. Ché «questa terra, viva, che scorre, è tutto quel che c’è, per sempre; noi siamo Lei e Lei canta attraverso noi».

Sofia Tessa

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